In questa silloge che rappresenta l’esordio significativo di Linda Del Sarto, non c’è separazione tra quella che è riconosciuta come propria identità nell’esistenza e nella lingua. Il proprio corpo è anche il corpo della parola, plasmato da un’esigenza di nudità, di trasparenza, che mira a non lasciare ombre sul foglio, ma piuttosto a portare all’evidenza del verso le cose e gli accadimenti della propria vita, come se sulla pagina possa avverarsi quella magica equivalenza che rende la parola capace di farsi essa stessa realtà. Questa oltranza che muove la ricerca di Del Sarto, la riconduce in quella primordiale tensione che la parola poetica, per essere tale, accoglie. Per questo la sua giovane voce è capace fin da subito di aprire uno spazio di ascolto: a prescindere dalla capacità di riconoscimento e messa a fuoco delle immagini generatrici di significato, non lascia alcuna esitazione nel lettore sulla necessità che la muove. Piuttosto che evocare o rappresentare la realtà, o tentare di rivelarne la parte nascosta attraverso l’analogia e la metafora, ciò che la poesia di Del Sarto si propone di fare è mostrarla nella sua interezza ed evidenza, con le minime incoerenze che la compongono, attraverso la semplicità e immediatezza che appartengono alla lingua di ogni giorno. Come emerge già dal titolo di questa silloge e delle tre sezioni che la compongono (Questi che siamo; Questi che eravamo; Queste che siamo) Del Sarto ritaglia brevi sequenze del reale che viene avvicinato e reso presente, nell’attenzione che porta alla luce le opacità del quotidiano. La ripetizione del pronome dimostrativo segna questa tenace volontà di definire e di rendere visibile attraverso le parole ciò che è, ciò che è stato.
A dettare questi versi è un amore totale e ossessivo, vissuto nella precarietà di una relazione che oscilla tra momenti di perfetto rispecchiamento e di simbiosi dei corpi, e momenti che registrano il distacco e l’impossibilità di un affidamento pieno, capace di farsi progetto e costruzione di futuro. Questo amore assoluto, baricentro e chiodo della propria esistenza, sembra presiedere alla scansione stessa dei versi: “E qui torno a dire amami / da capo – poi rifiutami / da bravo […]”. Una dinamica oppositiva, che si fa ritmo a cui Del Sarto obbedisce attraverso i metri della nostra tradizione (frequente l’endecasillabo insieme al novenario e al settenario), seguendo il flusso sonoro della lingua attraverso rime, assonanze e consonanze. Pienamente calata nell’universo della propria
contemporaneità, questa scrittura accoglie una traccia antica in cui confluisce l’eredità dell’altro Novecento di maestri come Saba, Penna, Betocchi, e che trova riferimenti, in questi anni, nell’opera di poeti come Vivian Lamarque, Umberto Fiori, Patrizia Valduga, Patrizia Cavalli.
Poesia essenzialmente d’amore, quella di Del Sarto, come nella più illustre tradizione poetica, e della follia che l’amore genera, per la forza travolgente della sua intensità, capace di provocare mutazioni (“Quel bacio, per esempio: elettrolisi / del mio danno / cerebrale”) o di ridurre a uno stato di ebetudine (“l’instupidire / per il troppo amarsi”). È a questa malattia che l’autrice fa riferimento fin dal testo d’esordio, presentando la pratica della scrittura come unico rimedio e cura, rifugio dove può ogni volta discendere, entrando in contatto con una dimensione della realtà che è libera dal tempo e dalla morte. Da questo luogo sicuro può vivere nell’instabilità e nel dolore che si generano nella relazione con l’amato, accettando questo stato in continua definizione con la consapevolezza di una legge ineluttabile (“come con cardie decumani: / incroci chi t’incrocia e non fiatare”). L’eros come la scrittura è fonte di rigenerazione, possibilità di attingere a una purezza e innocenza originaria: “non ti mettere addosso / niente / che non sia io. / Siamo tutti gli adami / e tutte le eve del mondo”. L’unione dei corpi è un antidoto contro il male, la possibilità di un’identità nuova, che si forma accogliendo l’altro entro i propri confini, come in un innesto, in una metamorfosi generatrice di forza. Questa tensione verso una forma di presenza ampliata, verso un soggetto che potremmo definire duale, torna di frequente dettando alcuni dei versi più incisivi di questa silloge, sia quando sembra avverarsi nell’eros (Era caldo, era agosto; Torniamo a noi, torniamoci; Mi riconosceranno), nelle aperture percettive e nelle proiezioni che produce come per un innalzamento della temperatura interna (S’io m’intuassi come tu t’inmii; E qui torno a dire amami), sia quando si scontra con una realtà che piuttosto che unire scinde, nel ripetersi di uno stesso evento in cui l’identità non può che riconoscersi dimidiata, incompleta (Anche oggi sfarsi in due). Lontano da questa unità originaria a cui può attingere sia attraverso l’incontro del corpo dell’altro, sia attraverso la materia creatrice della lingua, il soggetto di questi versi si percepisce fuori posto, “inopportuno”, privo di uno spazio-tempo in cui consistere. È questo lo stato che prevale nell’ultima sezione, dove l’attenzione si sposta dalla relazione con l’amato a quella con se stessa (Queste che siamo). L’autrice si raffigura sdoppiata, ferma in un’unica sequenza determinante (“mi vedo, giro l’angolo da ore”), con la propria vita che continua a crescerle addosso come un parassita, mentre la sua esistenza si determina in negativo, attraverso la mancanza (“dimostro / solo gli anni che non ho”), nell’attesa che uno sguardo possa finalmente stanarla dal suo rifugio (“Nascosta dietro a un muro, inascoltata / una mamma-riccio albina, calma / completamente vuota”). Il male che nelle sezioni iniziali si era manifestato come male d’amore, si rivela qui nella sua essenza, come una fondamentale necessità di amare e ascoltare se stessa, e di farlo attraverso le parole. La forte tensione a proiettare la relazione con l’amato in un’identità unitaria, da cui si irradia un’energia generatrice che alimenta i suoi versi (“due corpi che a parlare / fanno luce”), si rivolge nel testo finale verso un soggetto plurale, caratterizzato dalla mancanza di un rapporto autentico con le parole, come quello che l’autrice incontra nella quotidianità di un bar. Verso questa “gente marcia e troppo storta dal silenzio”, preme la sua voce in cerca di accoglienza, come un vento contro una porta chiusa.
Quella traccia di oralità che Del Sarto mantiene nei suoi versi, entrando nelle trame del parlato per rovesciarne luoghi e immagini comuni, con la lieve, garbata, intelligente ironia che ha probabilmente mutuato dai suoi studi sulla poesia di Szymborska, si rivela come una volontà di radicamento in un contesto antropologico in cui la poesia ha il compito di fare riaffiorare la trama viva della lingua, oltre gli strati di inerzia e di sordità del quotidiano. L’orizzonte a cui la poesia di Del Sarto tende, oltre l’indagine del rapporto tra io e amato, è forse quello di uno sguardo che ci comprende tutti, come esseri umani divisi, mancanti, alla ricerca di una profonda appartenenza. In questo senso il titolo Questi che siamo non rinvia soltanto al resoconto incandescente di un amore, ma al tentativo di trovare le parole che aprano finalmente la porta che ci separa da noi stessi.
Franca Mancinell
incipit da Questi che siamo, Linda Del Sarto
Scrivere quotidianamente
su richiesta del dottore.
Io scrivo vorrei dirgli, e molto,
ma irresponsabilmente;
ha torto
a dire chi mi vede
sana e bella. Discendo
alla radice dell’estate,
mi trovo un posto sicuro
dove la mano la mano
non muore.
LINDA DEL SARTO è nata a Lucca il 14 maggio 1994. Si è laureata in Lettere comparate a Pisa e in Lingua e cultura italiane per stranieri a Bologna, conseguendo successivamente il master in Editoria cartacea e digitale all’Università Cattolica di Milano. Segnalata al premio Rimini, finalista al Landi e al LILEC per la traduzione poetica, alcuni suoi inediti sono usciti su «Menti Sommerse» nella rubrica “I fiordalisi” curata da Alessandra Corbetta, all’interno della “Bottega di poesia” di Maurizio Cucchi su «Repubblica» di Milano, su «Poeti Oggi», «Atelier Poesia» e «Lietocolle». È vincitrice del premio under 30 Vita alla Vita 2020. Attualmente vive a Milano, traduce dal polacco e lavora alla Garzanti.